Horror,  Recensioni

Sinister: quell’indecifrabile terrore che si insinua sotto la pelle

Se c’è un genere ormai da tempo spremuto fino all’osso, questo è l’horror. E’ da diversi lustri che, almeno per gli appassionati, riesce non facile imbattersi in horror davvero convincenti; e per “convincente” significa fiilm che facciano davvero paura, quella indecifrabile sensazione invasiva che si insinua sotto la pelle come un serpente e che arriva al sangue, gelandolo.

Uno di questi film, almeno per chi scrive, è Sinister, un horror del 2013 che a rivederlo oggi suscita ancora quel terrore sottocutaneo che arriva fino alle tempie e che, in certi momenti, si fatica a contenere. Forse non è poi tanto originale la storia di questo scrittore che cerca materiale per un suo nuovo libro su reali delitti efferati, ma la tinta del film e la sua atmosfera sono talmente efficaci da diventare impossibile scrollarseli di dosso.

La sensazione sinistra di malaticcio, infatti, si insinua fin dalle prime immagini, e il tanfo del Male lo si avverte subito, senza scampo. Il Male, appunto, quello che una volta “disturbato” non se ne va più, perché una volta che ti ha visto, Lui ti “sceglie” e non se ne va più via. Anzi, si insinua ovunque: perfino su fotogrammi di nastri amatoriali apparsi chissà come in una soffitta e chissà da dove.

Lui è “Mister Boggie”, Alias Bughuul… Inutile spoilerare. Chi ha visto il film sa di cosa si tratta, chi non lo ha visto dovrà scoprirlo da sé, se ha il sangue freddo di volerlo scoprire. Perché questo film fa davvero paura, e in diversi momenti la visione risulta attraente e perversa quanto disturbante. Forse un pò volutamente furbetto in quelle sequenze notturne in cui i protagonisti sembrano rifiutare in modo quasi irritante di accendere quelle maledette luci di casa (meccanismo comune al genere horror), ma poco importa…

Una “Presenza” malefica primordiale gira nell’aria, il suo aspetto fa venire i brividi, la sua presenza sui misteriosi nastri produce una sorta di cacofonia psichedelica indecifrabile, e non c’è legge razionale o fisica che possa impedirgli di vagare per l’Eternità colpendo chi osa spiarla dopo avergli fatto intravedere di che colore è l’Inferno.

E basta l’apparizione fugace e notturna della Sua sembianza sotto la superfice dello specchio dell’acqua di una piscina per far scattare un brivido di gelo al malcapitato protagonista, fino a fargli maledire il momento in cui aveva deciso di capire cosa ci fosse dietro al filmato amatoriale di quattro persone appese a un albero mosso da qualcosa di apparentemente invisibile. Lo stesso brivido che avvinghia noi che guardiamo il film; fino alla fine, forse…

Recensione a cura di Enrico Rolli 

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