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Favolacce: c’era una volta un gruppo di bimbi sperduti che minacciava di sbocciare

Siamo in una favola. Una favola nera dove la magia si perde nel disincanto di una torrida estate di provincia, e i sogni lasciano il posto al desiderio di morte. Favolacce dei fratelli D’Innocenzo è un requiem poetico che accompagna la morte degli infanti e dei loro sogni.

C’è solo un modo per godersi lo splendido film dei due registi italiani: lasciarsi rapire dai suoi suoni, dai suoi colori, lasciarsi ipnotizzare da questo piccolo fazzoletto di mondo sub-urbano della provincia romana dove pulsioni erotiche e desiderio di morte danzano insieme, mentre il sole torrido fa pulsare il sangue nelle vene gonfie di adulti carichi di rabbia e di disperazione. 

Protagonisti di Favolacce sono i bambini, immersi fino alle viscere in famiglie infelici, prive di empatia e incapaci di ascoltare il suono delle loro voci. Bambini silenziosi, oppressi dal peso delle angosce che coloro che dovrebbero proteggerli riversano sulle loro spalle come macigni, in un mondo dove l’armonia e l’allegria sembrano un lontano ricordo. 

Bambini che ancora prima di sbocciare scoprono lo spettro della paura e della depressione, che incalza su di loro alterando la libertà della loro immaginazione, e costringendoli a porsi domande che sconvolgono la purezza delle loro anime: il sesso inteso come atto fisiologico, le relazioni tra gli adulti come mera facciata dove ogni verità viene seppellita dietro le apparenze. L’infanzia dei bambini di Favolacce è “stuprata” dal riflesso di ciò che sono i loro genitori, e ciò li rende diversi.

Sono i bambini di oggi, quelli di Favolacce, triste riflesso di adulti smarriti che hanno perso la capacità di guidare le generazioni più giovani perchè perennemente in bilico con la propria sanità mentale. Noi non eravamo così, ma noi abbiamo vissuto in un’epoca di false illusioni. Siamo cresciuti accumulando sogni e speranze, e poi li abbiamo visti crollare sotto il peso dei nostri fallimenti. A differenza di noi, loro non credono più nelle favole. 

In un crescendo di tensione che prelude fin dalle prime sequenze ad un drammatico epilogo, Favolacce esplora quel territorio oscuro dove germogliano le drammatiche storie di cronaca nera che in questi anni si susseguono; quel mostro vuoto che ingoia ogni speranza per un futuro migliore. E’ l’assenza dell’amore, che rende questa favola una drammatica favolaccia destinata a concludersi in tragedia. 

Come in ogni favola che si rispetti, c’è un Lupo Cattivo che più di altri rappresenta il pericolo di perdersi nel bosco della propria anima, incarnato nel film dei Fratelli D’Innocenzo dall’insegnante che induce i bambini a costruire delle bombe in casa, e poi ad uccidersi. 

Distruggere ogni cosa. Annientare il mondo. Uccidere se stessi. Nell’immaginario di un bambino, nulla è irreversibile ed ogni cosa è possibile, come compiere magie nelle favole più belle. 

Il finale di Favolacce  è dunque un triste epilogo di una favola senza lieto fine, ma anche un grido di ribellione di un gruppo di bambini che rifiutano di vivere in questa realtà, ma che non hanno gli strumenti per cambiarla. Il loro suicidio diventa così un simbolo di qualcosa di più grande, come petali di rose infuocate che minacciano di sbocciare. 

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