Marlon Brando Il Padrino
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Il Padrino: nel nome del Padre

Per comprendere Il Padrino di Francis Ford Coppola, è necessario sfogliare il Vangelo, pagina dopo pagina. E’ tra quelle righe, che troviamo il volto di Don Vito Corleone.

The Godfather: il titolo originale del film ci rimanda immediatamente alla Bibbia. Da sempre, le architetture familiari delle grandi famiglie di Mafia rispecchiano la Trinità: un Padre, un Figlio, uno Spirito Santo. Il rapporto tra il discepolo e il suo Padrino è sacro quanto il rapporto suo con Dio. Don Vito Corleone rappresenta nella stessa figura un padre putativo per tutti i suoi adepti e un diavolo tentatore. E’ la doppia faccia di Satana, che una volta era a sua volta l’angelo prediletto di Dio. 

Fin dalla prima scena, Il Padrino richiama al Faust di Goethe: quella “proposta che non puoi rifiutare” lega indissolubilmente l’anima dell’uomo al suo Padrino, che in cambio del dono ricevuto pagherà un giorno un prezzo, un’anima per un’altra anima. Un patto di sangue che fa di Don Vito Corleone l’incarnazione di Satana. 

Vi è però un punto debole, un tallone d’Achille che rende Don Vito Corleone un diavolo destinato a fallire: Satana non aveva figli. Ed è proprio nella paternità di sangue, che il film di Coppola avvicina la figura del Padrino a Dio, e il suo figlio prediletto a Gesù Cristo. Nella parabola narrativa del film, Michael Corleone è il Messia giunto per salvare il popolo dalla guerra imminente, misericordioso e feroce, giusto e vendicatore. 

Questa ambiguità, questo oscillare tra peccato e redenzione, rendono Il Padrino uno dei film più memorabili della storia del Cinema, e Marlon Brando nel ruolo di Don Vito uno dei personaggi più complessi e sfaccettati mai creati. Abbiamo già visto questa attrazione verso una figura malvagia ma da cui è impossibile non lasciarsi irretire. E’ un’alchimia rara. Sono quei sedici minuti di Anthony Hopkins ne Il Silenzio degli Innocenti, o forse la fragilità emotiva di Norman Bates. Sono le meraviglie del Cinema quando ci porta nei meandri oscuri del peccato. 

Il Padrino
Al Pacino sits in a chair in a scene from the film ‘The Godfather: Part II’, 1974. (Photo by Paramount/Getty Images)

Come fosse un cantico di Dante, Il Padrino è un marchingegno perfetto di cui colpiscono le simmetrie: il film si apre con una verità (la scena di Don Vito che il giorno del matrimonio di sua figlia deve soddisfare le preghiere dei suoi discepoli) e si chiude con una menzogna (la bugia di Mike a sua moglie).

Il film inoltre è nello stesso tempo una storia di ascesa verso la Cupola (altro riferimento biblico) e una storia sulle origini di un uomo, che si colloca non a caso al centro del film. L’esilio di Mike in Sicilia non è altro che il racconto del passato di suo padre, e di quelle logiche mafiose che dal piccolo paese di Corleone egli esporterà poi in America: la famiglia, l’onore, un’anima per un’anima. 

Il sacrificio di sangue è un altro aspetto che nel film si ripete costantemente; per ogni gloria ricevuta, vi è un prezzo da pagare, che ha a che fare con la perdita dell’innocenza: per Mike, essa ha il volto di Apollonia, Per Don Vito Corleone il prezzo sono i suoi figli, uno dopo l’altro. Fino ad arrivare a Mike, il suo prediletto Gesù che avrebbe voluto tenere lontano dalla crudeltà del mondo. 

Il Padrino

All’ascesa di Mike come nuovo Padrino fa da contraltare la redenzione di Don Vito, che perde giorno dopo giorno le sue forze come se passassero nelle mani del figlio, erede di quel primo patto con il diavolo stretto da Don Vito che fu origine di ogni cosa. Nel suo viaggio a ritroso nel tempo, Mike fa ciò che è necessario per diventare il nuovo Padrino: uccide tutti coloro che sono sorti sul suolo arato da suo padre, le famiglie che hanno preso l’eredità dei Corleone e l’hanno rinnegata in nome di un nuovo business. Uccidere il Padre, per diventare Dio. 

Una proposta che non si può rifiutare. 

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