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La Dea Fortuna: forse bisogna crederci un po’, a questa vita dolorosa

Sulle pendici del Monte Ginestro si trova un santuario dedicato alla Dea Fortuna, dove nell’antichità le genti chiedevano responso sulle loro sorti. Qui, in questo luogo mistico, vanno ricercate le radici della storia che Ferzan Ozpetek ci narra ne La Dea Fortuna.

Il film ci fa sentire subito a casa: siamo nel mondo di Ferzan, dove i rapporti umani sono guidati da un’unica, potente forza gravitazionale: quella dell’amore, lontana anni luce dai limiti del pensiero e delle parole. La stessa parola “amore” è un contenitore privo di significato che include l’intero spettro delle travolgenti passioni umane, che ne La Dea Fortuna Ozpetek libera completamente, lasciando gli eventi in balia di quell’affascinante caos che è la vita.

Siamo a casa, ma il racconto di Ozpetek va ben oltre ciò che ci è stato detto con Le Fate Ignoranti o Saturno Contro: non è più il momento di rivelare il segreto dell’amore che nella vita, quella vera, trascende il genere, il sangue, l’età o qualsivoglia preconcetto di “famiglia”: è il momento di guardare in faccia la verità del suo inganno, le insidie con cui incede negli anni dentro di noi in quel continuo alternarsi tra egoismo e infinita tenerezza.

La tenerezza, è ciò che commuove di più ne La Dea Fortuna. Alessandro e Arturo sono una coppia in profonda crisi, le bugie hanno ormai preso il sopravvento sulla complicità. La vita è così, l’amore è un gioco perverso che ti chiede di offrire pezzi di te e poi con il tempo li strappa via.

Eppure, il seme di quel sentimento può riposare ancora in noi, in qualche pezzetto di terra nel profondo dell’anima, sotterrato dal tempo che logora e minaccia ciò che ci spinge a continuare: la scoperta dell’altro, un’avventura che con il passare degli anni si fa impervia; si scopre il suo sguardo, il suo corpo, il suo animo, ma l’amore è una battaglia difficile contro se stessi che non può essere combattuta dalla Dea Fortuna.

E’ la Dea Fortuna, però, che mette i figli di Annamaria di fronte ai passi di Arturo quando sta per andarsene, ma la ricerca di quella tenerezza perduta passa attraverso di noi, attraverso la nostra capacità di percepire l’immensità di un sentimento più grande di noi. Forse la Dea Fortuna è nello sguardo di una madre, Annamaria. Nel modo in cui i suoi occhi si posano su Alessandro, poi su Arturo, in quel silenzio assordante che li mette di fronte ad una responsabilità più grande della loro individualità.

I bambini, fatelo per i bambini

Perché non vivano mai quell’isolamento dall’amore che è così prossimo alla morte. Perché non vedano mai quel luogo desolato dove tutto è sterile e nulla più fiorisce, e la bellezza è solo una tomba vuota che i vivi più non vedono. Non chiudete nel vostro armadio ciò che vi rende vivi.

Forse bisogna crederci un po’, alla Dea Fortuna. Ritornare un po’ bambini, e ritrovare la loro naturalezza nel prendere confidenza con l’amore. Magari a volte basta fissare chi abbiamo accanto, chiudere gli occhi, riaprirli e lasciare che scenda di nuovo nel nostro cuore. Lasciare che tutto scivoli via, come lavato via da una pioggia benedetta.

E poi stringersi la mano.

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