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Gran Torino: l’ultimo duello di un giustiziere di nome Clint Eastwood

Bentornato, grande, vecchio Clint. A pochi mesi di distanza dal bellissimo e drammatico Changeling, Clint Eastwood torna ad emozionarci con un nuovo, straordinario film nel quale, stavolta, abbiamo di nuovo il piacere di rivederlo anche in veste di attore.

Era dai tempi di Million Dollar Baby che non lo vedevamo più anche in quel ruolo, ed è sempre una grande emozione vedere quel volto duro, segnato dall’età e dalle rughe che implacabilmente, però, sa “forare” lo schermo come pochi grandi attori sanno o possono fare.

Il titolo Gran Torino si riferisce ad un mitico e storico modello di automobile della casa Ford, che Walt Kowalskj, il personaggio intepretato da Eastwood, possiede gelosamente nel proprio garage, in un quartiere ormai abitato e frequentato quasi esclusivamente da extracomunitari.

La vita è dura per questo burbero pensionato, in burrascosi rapporti sia con i suoi discutibili parenti che con i suoi vicini di casa coreani che egli, divenuto intollerante e razzista anche in seguito alla sua giovanile e drammatica esperienza di guerra in Corea e tra la dura realtà di un mondo Occidentale ormai globalizzato, vede con disprezzo ed astio, ma che imparerà in parte ad apprezzare scoprendo di avere con essi più cose in comune di quanto non avrebbe mai potuto immaginare in una intera vita.

Interessante è anche la figura del Prete che, così come in Million Dollar Baby, ruota intorno al personaggio di Eastwood. Strapazzato e mal tollerato dal duro pensionato, solo alla fine potrà avere la conferma di come perfino un uomo come lui, ormai segnato anche dalla malattia che lo sta divorando, può in parte redimersi e pentirsi mettendosi in pace con se stesso prima di giungere a fare ciò che non può evitare.

Lo stile di Eastwood è asciutto ed essenziale come sempre, in questo film che alterna momenti ironici a momenti drammatici e forti. Il suo personaggio, infatti, sarà coinvolto in una vicenda nella quale lo vediamo ancora una volta paladino dei deboli e che prende il via dal tentativo, da parte di un ragazzino coreano costretto a farlo, di rubargli la sua amata Gran Torino.

Egli diventerà un maestro di vita per questo ragazzino che, assieme a sua sorella, picchiata e violentata da una banda di teppisti di quartiere, sarà il perno della vicenda. Ma il Clint Eastwood giustiziere che abbiamo visto in altri suoi grandi film, come il Capolavoro “Gli Spietati”, stavolta andrà incontro alla resa dei conti finale in un modo completamente imprevisto ed imprevedibile.

Consapevole dello stato delle cose, sceglierà di diventare un mezzo per far trionfare la giustizia. Vincerà, a modo suo, il duello, ma non come i pistoleri incarnati nei suoi film western. La sua sarà una vittoria ed insieme una sconfitta, e il finale, pur non negandoci ultimi momenti di ironia e speranza è, tutto sommato, profondamente e imprevedibilmente amaro.

Clint Eastwood dopo Gran Torino ha dichiarato di non voler più recitare. Sappiamo che non è andata davvero così (Il Corriere: The Mule è l’ultima delle sue interpretazioni in ordine di uscita). Auguriamoci che, nonostante la sua età, ci regali ancora grandi interpretazioni.

Recensione a cura di Enrico Rolli

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