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Inland Empire: l’ipnosi cinematografica di David Lynch

David Lynch sta al cinema come Michelangelo sta alla Cappella Sistina: entrambi costretti ad esprimersi con un linguaggio che non gli appartiene, che sentono inadatto a spiegare il mondo. Eppure la loro opera, per quanto sofferta, agitata e tumultuosa, possiede tutta la carnalità dell’esistenza. Inland Empire, prima di essere la storia, o le storie di tutti voi, è un elogio (o forse un inno di disprezzo?) al cinema. Il cinema come un baraccone da circo, un trucchetto per prestigiatori, ma anche luogo dove si riflette il mostro che è in noi.

Lynch fa il suo spietato gioco con lo spettatore, utilizzando le armi del mestiere con una tale classe da ipnotizzarlo, al punto che egli ha solo la vaga sensazione che il film sta scavando a fondo. Lynch gioca, destruttura gli elementi che compongono la narrazione filmica in singoli frammenti: il suono, le atmosfere, i dialoghi, le inquadrature , e le mischia insieme, come farebbe un esperto regista.

Con un approccio quasi minimalista ai meccanismi cinematografici, Lynch invade la mente dello spettatore con le suggestioni risolutive del thriller hitchockiano (in un momento si vede un frigorifero sopra a un grande orologio in un’atmosfera di suspence: la suspence è attesa e brivido…orologio e frigorifero), con i momenti idilliaci del melodramma, con i dialoghi sporchi e violenti del pulp, con l’illusione melanconica del musical, con le presenze sinistre dell’horror made in japan (pensate alla sequenza terrificante della donna che si avvicina per abbracciarvi!), con le inquadrature in primo piano del western (il dialogo con la vecchia vicina di casa: due tazze di caffe servite come due revolver!).

Lynch decompone i singoli frammenti e li combina insieme, provocando effetti di straniamento che invadono lo spettatore, giocando con le contraddizioni delle sue certezze e delle sue emozioni di fronte alle immagini. Già solo per questo Inland Empire si situa al di fuori di ogni forma di categorizzazione, compresa quella che lo vuole come narrazione priva di senso; come in gioco di scatole cinesi, infatti, vi sono tante piccole narrazioni, ognuna delle quali incompleta e parte di un più grande disegno che attraverso la protagonista arriva fino allo spettatore, il quale proietta nel film la propria stessa vita.

Ed è qui la grandezza di quest’opera: nella sua capacità di diventare reale nel momento stesso in cui si offre a noi, come se ciò che si vede stesse accadendo in quel preciso momento, o è accaduta, o ancora è uno dei tuoi inevitabili futuri. Lo schermo del cinema diventa così, come vuole Inland Empire, un semplice pezzo di stoffa in cui è possibile vedere “attraverso”: guardarsi dentro, almeno un pò.

Vi sono il miracolo e l’orrore che convivono insieme nella mente umana, come l’omicidio e la nascita, l’ipocrisia e l’altruismo, l’amore e l’odio, le scelte e l’inevitabile. E’ come uno di quei sogni da cui non ci si risveglia mai del tutto, e che lasciano indelebile la loro sensazione per tutta la vita: uno di quei sogni che oscillano sempre tra incubo e idillio, che sono al di fuori di ogni temporalità, eterni e fugaci nello stesso tempo.

Uno di quei sogni che lentamente si dissolvono, come il ricordo del film, lasciando solamente la sensazione di quel “qualcosa” che ci ha turbato, e che forse non dimenticheremo mai.

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