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Rapunzel: quando Disney spiegó ai bambini l’autolesionismo e l’amore

Rapunzel appartiene alla nuova generazione dei Classici Disney: nel 2010 Disney indirizza le competenze di computer grafica della Pixar al servizio di una storia fortemente disneiana, che vede niente poco di meno che una nuova Principessa come protagonista.

Il risultato è un film vivace, dal ritmo contemporaneo, immerso in una radiosa luce di paesaggi incantati. Questa raggiante atmosfera, serve in realtà da bilanciamento ad una storia oscura, psicologica, difficile da spiegare ai bambini.

Perché madre Gothel è una strega diversa da quelle viste in precedenza nei classici Disney. È una evoluzione più perversa della matrigna di Cenerentola, che utilizza il potere dell’amore materno per tenere Rapunzel confinata in una torre.

Il rapporto morboso che questa donna instaura con la ragazza è di una crudeltà più sottile di quella della Matrigna di Cenerentola. È un’influenza che agisce giorno dopo giorno, ingegnosa, difficile da identificare.

Il pericolo si cela tra le braccia di colei che ti ha cresciuta e nutrita, e che utilizza il senso di colpa per impedirti di vivere, di scoprire il mondo. Disney con Rapunzel cerca di spiegare ai bambini le basi psicologiche dell’autolesionismo, della possessione che indossa la maschera dell’amore, del pericolo che può celarsi nel comportamento dei propri stessi genitori.

È un tema che non era mai stato affrontato prima con tanta chiarezza, e che fa di Rapunzel un cartone che non va affatto sottovalutato. L’emancipazione della ragazza è una presa di coscienza del diritto di ognuno di noi di vivere la propria vita al di là di ciò che ci viene imposto da chi ci ha cresciuti, di allontanarci se necessario per trovare una propria identità.

È un monito ai bambini a mettere in discussione le regole imposte, persino se provengono dai propri genitori.

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