Inside Man
Recensioni,  Thriller

Inside Man: il diabolico piano di una verità nascosta

Inside Man forse é in assoluto il lavoro più coerente e rappresentativo di Spike Lee, che si afferma come uno dei registi più interessanti degli ultimi anni. Una trama a dir poco avvincente condita da interpretazioni che bucano letteralmente lo schermo.

Dal punto di vista narrativo Inside Man è un diabolico meccanismo ad incastro tra i migliori nella storia del genere: non troverete buoni o cattivi, nessun eroe da celebrare, nessuna vittima da compatire, nessun godimento per la sorte di nessun cattivo.

I personaggi di Spike Lee agiscono calibrando alla perfezione cause e conseguenze, calcolando attentamente i propri rischi e lasciando uno scarto percentuale per il proprio tornaconto. Sono come dei robot dotati di un’intelligenza fuori dal comune, perfettamente consapevoli del disegno in cui sono inseriti, capaci di arrivare all’essenza di quel meccanismo dove la verità e la giustizia non appartengono al mondo; ciò che conta è sopravvivere con i propri mezzi, graffiando se necessario. I protagonisti di inside man non sono nè buoni e nè cattivi, ma sono comuni esseri umani intelligenti.

Sono capaci di comprendere le persone, le loro debolezze, sono capaci di atti di incredibile bellezza, ma sono essi stessi schiavi e vittime delle tentazioni del denaro e del potere. Il poliziotto, il ladro e la negoziatrice, si comprendono a vicenda perchè in loro corre lo stesso sangue. Sono diversi dal resto dell’umanità, vigliacca, vittima del pregiudizio e schiava della propria infida ipocrisia.

Essi sono in grado di comprendersi l’un l’altro, ed è dall’incastro delle loro menti superiori, dal loro comprendere le ragioni dell’altro che si genera l’equilibrio del finale. Un equilibrio “perfetto”, dove tutti hanno ottenuto il loro scopo personale e allo stesso tempo hanno contribuito all’emergere di quella verità racchiusa in un anello.

I tre protagonisti assolvono in questo modo, più o meno consapevolmente, al ruolo di angeli della giustizia divina, incarnando la figura del demiurgo. Ci sarebbe moltissimo ancora da dire, e molte cose non mi sono ancora chiare, ma preferisco ragionare su una bizzarra analogia che mi è venuta in mente guardando questo film. Vedendo quell’anello di diamanti macchiato del sangue di vittime innocenti dei campi di concentramento, non ho potuto fare a meno di pensare all’anello di match point che il protagonista, dopo aver rubato, cerca invano di lanciare al di là del ponte.

Match Point

Entrambi questi oggetti, questi due anelli, sono vivi. Essi, mossi da forze sovrannaturali o divine, urlano affinchè la verità che racchiudono venga a galla. Mentre però l’anello di match point, che si rifiuta volontariamente di cadere al di là del ponte, finisce per fornire l’alibi all’assassino scagionandolo per sempre, l’anello di inside man può finalmente riposare in eterno sul dito di una donna amata, in quanto la verità che racchiude è stata rivelata.

Questo perchè i due anelli vengono raccolti da poliziotti dotati di anime diverse. Mentre in match point trionfa la falsità e l’apparenza e l’equilibrio che si genera occulta la verità divina (l’omicidio del bambino che Scarlett Johnson porta in grembo), in Inside man trionfano la verità e la giustizia. Gli anelli di questi due film, forgiati forse tra le fiamme del monte Fato (come quell’Unico Anello che tutti noi ben conosciamo) racchiudono in sè la potenza della verità o la sete di potere, a seconda di chi li raccoglie. Spike Lee, a differenza di Woody Allen, sembra dunque darci una speranza. La speranza che la verità, attraverso strade a noi ignote, alla fine in qualche modo trionfi.

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